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AUTHOR:  MATTEO GUIDI

Language: Italian

A Parigi si è chiusa la COP21, la conferenza che riuniva i rappresentanti dei 195 Stati firmatari della convenzione Onu sui cambiamenti climatici. I media ne hanno riportato la notizia, ognuno dando all’argomento il risalto che riteneva più opportuno. Ma l’impressione è che da qui in avanti non sentiremo più parlare di clima e accordi internazionali, almeno fino alla prossima mega-conferenza. Continueremo a vivere le nostre vite, preoccupandoci dei nostri problemi quotidiani e parlando di argomenti sicuramente più interessanti. Tanto il clima può aspettare, giusto?

La risposta a questa domanda è negativa, e lo sarà sempre più col passare degli anni se non verranno prese delle misure drastiche al riguardo. Il pericolo più imminente per il pianeta, come tutti abbiamo imparato a scuola, è costituito dal riscaldamento globale dovuto all’eccessivo livello di emissioni di anidride carbonica. Gli scienziati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) hanno calcolato che se le emissioni continueranno ai ritmi attuali la temperatura della Terra aumenterà di 2 gradi nei prossimi 70 anni. Un dato allarmante se si considerano le conseguenze estremamente negative del “global warming”, tra cui l’estensione delle aree aride e dei deserti e l’innalzamento del livello dei mari, col conseguente rischio di inondazioni.

C’è di più: oltre ad essere dannose, le conseguenze del riscaldamento climatico colpiranno in misura maggiore i paesi più poveri. Si calcola per esempio che l’Africa sarà il continente più danneggiato in assoluto in caso di innalzamento delle temperature del pianeta. Da qui al 2020 l’accesso della popolazione africana al cibo potrebbe peggiorare di molto, spingendo migliaia di persone a emigrare verso luoghi più accoglienti. Quasi nessuno lo dice, ma tra i fattori più importanti dei recenti flussi migratori ci sono proprio i danni provocati dai cambiamenti climatici. Come riporta il Corriere della Sera, “secondo le stime delle Nazioni Unite 50 milioni di persone entro il 2020 saranno costrette a lasciare le proprie case e la propria terra a causa della desertificazione dovuta all’attività umana e al cambiamento del clima”.

La COP21 si è chiusa, come si diceva all’inizio, con un accordo interessante ma che sa tanto di promessa difficile da mantenere. I 196 delegati (195 Stati + l’Unione europea) si sono accordati per mantenere l’aumento di temperatura media globale “ben al di sotto dei 2°C”. Gli ottimisti hanno salutato questo accordo storico con fiducia, dato che mai prima d’ora si era raggiunto un così ampio consenso ad una COP. Tuttavia l’obiettivo di limitare le emissioni in vista del 2030 appare troppo modesto: considerando i ritmi attuali, infatti, per evitare che la temperatura superi il limite dei 2° si dovrebbe puntare ad un taglio significativo già per il 2020. Ma Cina, India e la stessa Europa non sono pronte a portare fino in fondo una politica ambientale così drastica.

Ci sono altri motivi per essere ottimisti dopo la conclusione della conferenza parigina. Per esempio, guardando al lato prettamente economico, il declino del settore dei combustibili fossili sembra iniziato. Anche se questo è vero soprattutto per il carbone, diverse grandi industrie produttrici di energia non rinnovabile sono in crisi. Negli Stati Uniti negli ultimi sei mesi tre aziende produttrici di carbone – la Alpha Natural Resources, la Walter Energy e la Patriot Coal – sono finite in bancarotta. Gli investitori, inoltre, starebbero lentamente cominciando a percepire il cambio di rotta, e a puntare i propri risparmi sul settore dell’energia rinnovabile.

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Eppure il cambiamento, questa volta in senso positivo, sembra lontano dal verificarsi concretamente. Faccio un esempio, che mi sembra assai emblematico della situazione attuale. In questi anni stiamo assistendo ad una delle guerre più sanguinose degli ultimi tempi per il controllo della Siria, un paese chiave per il commercio di petrolio estratto in Medio Oriente. Sarò cinico, ma vedere le potenze mondiali spartirsi quel che resta di quel Paese alla luce del proprio interesse economico non può rassicurarmi circa la consistenza dell’impegno di quegli stessi Stati in ambito ambientale. Semplificando all’estremo si potrebbe dire che il mantenimento della pace e la tutela dell’ambiente sembrano andare di pari passo: al momento sembrano entrambe lontane.

Alla fine si torna al problema cruciale del cambiamento climatico: la sua insostenibile leggerezza di fronte all’opinione pubblica. Già, perché di clima si parla quando i capi di Stato del mondo si riuniscono in una grande capitale mondiale, salvo poi sotterrare il tema come uno scheletro nell’armadio. I media, sempre più orientati all’esaltazione del fatto in sé, chiusi nell’analisi limitata al breve periodo, sono restii ad affrontare tematiche di questa portata; sempre meglio parlare dell’ultima partita domenicale o del prossimo candidato alla Casa Bianca. C’è una strenua resistenza all’idea della necessità di un cambiamento profondo dell’economia globale. E’ come se si volesse stare attaccati alla giostra a tutti i costi, fino all’ultimo giro.

non lo si dice perché sarebbe politically incorrect, quasi immorale, ma molti in fondo lo pensano: il clima, ancora una volta, può aspettare.

Per questo, in sostanza, sono pessimista riguardo agli impegni presi alla conferenza di Parigi. E’ bastata infatti meno di una settimana e le tematiche della COP21 sono già dimenticate. In Italia, per esempio, d’un tratto si parla solo di banche fallite, scandali e dimissioni. Si parla di Boschi, ma di quelli che non hanno nulla a che vedere con l’ambiente. Prendo l’Italia, ma è solo un caso. Potrei citare la Francia, per esempio, il Paese ospitante della conferenza sul clima, che dopo pochi giorni è caduto nel vortice (mediatico) delle elezioni regionali e dell’incubo di una vittoria del Front national. Non lo si dice perché sarebbe politically incorrect, quasi immorale, ma molti in fondo lo pensano: il clima, ancora una volta, può aspettare.

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E’ triste da dire, ma pare che finché non avremo il problema davanti agli occhi e ci sarà l’urgenza di risolverlo a tutti i costi, noi cittadini occidentali non saremo capaci di prendere decisioni degne di nota sulla difesa del pianeta. Le lezioni del passato non ci sono servite, dovremo sbatterci la testa personalmente prima di cambiare passo. E intanto il riscaldamento globale continua, inesorabile, mentre noi pensiamo che tanto il mondo andrà avanti, che a un Natale ne seguirà un altro. Forse un giorno saremo costretti a cambiare idea, e solo all’ora faremo quello che avremmo dovuto fare molto prima.

*le immagini dell’articolo sono tratte dal progetto di Brandalism per la COP21 a Parigi.