bible-706662_960_720 AUTHOR: IRENE MANOS

Language: Italian

Oggigiorno numerosi sono i dibattiti e le polemiche sulla posizione che l’Italia dovrebbe assumere per far fronte alla crescente presenza di culture straniere sul territorio. Il quesito riguarda soprattutto quale strategia culturale, sociale ed educativa adottare davanti a una tale diversità.

Abbandonare le vecchie caratteristiche culturali per sposare la neutralità sembra per molti una perdita di identità, un pericoloso abbandono di tradizioni e modi di fare consolidati che paiono costituire un compendio di certezze e abitudini rassicuranti, soprattutto davanti a una presenza migratoria avvertita come minaccia. D’altro canto, rimanere ancorati alle consuetudini sembra offrire poca apertura alla crescente esigenza di integrazione e dialogo con la diverse comunità culturali.

Numerosi e complessi sono gli studi in merito, soprattutto nelle società a lunga tradizione migratoria. A lungo ci si è chiesti quali fossero le migliori modalità di accoglienza e inclusione da parte della società di arrivo, nonché i vincoli e gli ostacoli al processo d’integrazione. Esiste la possibilità di monitorare con tali studi, con indagini qualitative e quantitative, la ricorsività di alcune dinamiche che fanno presagire una migliore integrazione rispetto ad altre, soprattutto di seconde e terze generazioni. 

Nei paesi occidentali, caratterizzati dalla individualizzazione della vita della civiltà urbana, si nota che la cultura non è più definibile come un sistema unitario di valori, ma appare come un insieme spesso diversificato e disomogeneo di codici, modelli di comportamento, valori e rappresentazioni (Crespi, 1926). In un contesto sempre più globalizzato e multiculturale, le differenze acquisiscono valore: non costituiscono, quindi, fonte di emarginazione, ma una possibilità di realizzazione di un’identità aperta, molteplice e dinamica (Melucci, 2000; Besozzi, 2006a). La transnazionalità e l’appartenenza a una cultura globale non impediscono dunque l’appartenenza e il radicamento a una cultura locale.

Anche il termine cosmopolitismo è oggi descrittivo del processo in atto ed indica il superamento dello sguardo nazionalistico come una svolta nel considerare la vita di ogni giorno al di là dei confini politici e culturali. La prospettiva transazionale mette in luce i limiti di una concezione unidirezionale, statica e lineare del processo di acculturazione che invece sembra essere più dinamica tra società di arrivo e migranti.

Definire cosa sia l’integrazione è arduo dal momento in cui è un concetto plurisignificante. Abdelmalek Sayad (2002: 287-297) definisce il termine “integrazione” come una nozione polisemica con una pluralità di significati che si sono sedimentati nel tempo e associati a varie interpretazioni, come il concetto di assimilazione o quello di adattamento, per cui la concezione di integrazione può di volta in volta significare “enfasi sull’adattamento”. L’ottica assimilazionista esprime un punto di vista etnocentrico e il predominio di un gruppo dominante che detta le regole della convivenza e dell’accettazione, decretando di fatto l’annullamento delle caratteristiche di cui è portatore il singolo o il gruppo in arrivo.

Questo non toglie che non esistano requisiti fondamentali per favorire o facilitare l’integrazione, anzi, sono proprio le azioni volte a promuovere lo sviluppo dei soggetti che conducono più facilmente al conseguimento di questa capacità di partecipazione. In particolare, porre l’accento sull’incontro e quindi su comunanze e diversità comporta una interpretazione dell’integrazione come duplice processo di apertura: da un lato, dell’individuo o del gruppo che viene dall’esterno nei confronti di norme, valori, usi del paese ospite; dall’altro, della società di accoglimento nei confronti delle specificità culturali dei nuovi arrivati e della possibilità per questi ultimi di occupare uno spazio sociale di partecipazione (Cesari Lusso, 1997: 336).

I primi quattro decenni del secolo scorso si riteneva che il contatto tra culture dovesse risolversi in un processo di assimilazione della cultura più debole da parte della cultura più forte (Cfr. Biagioli, 2005: 18). É solo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso per molti paesi europei, e dagli anni ’80 per quanto riguarda l’Italia, che la questione dell’integrazione culturale degli immigrati è diventata oggetto di discussione e di studio da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali di quell’area che negli anni ’90 diverrà l’Unione Europea. Questa presa di coscienza nasceva sia da fattori demografici, come il costante aumento del numero di immigrati all’interno della Comunità Europea, sia dalla necessità di favorire, attraverso processi educativi, lo sviluppo di una società in cui diversità ed armonia fossero conciliabili.

Laddove si parla di culture e di rapporti tra culture, non è possibile sfuggire al dinamismo delle stesse e al continuo farsi storico dei fenomeni culturali. I modelli principali cui si fa in genere riferimento in Europa per quanto riguarda l’integrazione sono il modello assimilazionista francese e quello pluralista o multiculturale anglosassone. Il primo è basato sull’idea che chi sceglie di far parte di una comunità nazionale deve condividerne gli ideali e le tradizioni.

Nella politica francese le culture possono vivere solo nell’ambito del privato familiare o di gruppi ristretti. Lo stato, dal suo canto, si impegna ad una assoluta parità di trattamento che si sostanzia nella sua totale neutralità e laicità. La laicité non consente alcuna forma di visibilità a segni e simboli che identificano una cultura e una religione.

Nei Paesi anglosassoni il modello pluralista inglese accetta un certo grado di diversità sia culturale che religiosa, espressa nello spazio pubblico. Una sorta di sincretismo culturale che fa sì che persino alcuni reati contro la persona vengano ormai depenalizzati o trattati con esenzioni di pena consuetudini di culture particolari che giustificano quei comportamenti.

L’antropologo Turner afferma che attraverso i simboli dominanti «le norme etiche e giuridiche di una società entrano in stretto contatto con forti stimoli emozionali». Tali simboli possono essere di tipo religioso, come nel caso del crocefisso, politico o agonistico, come nel caso delle bandiere sventolate dopo la vittoria di una squadra nazionale.

Anche Clifford Geertz sottolinea come la società sia centrata sui meccanismi attraverso i quali l’uomo conferisce senso al mondo e crea significati. Al centro politico di ogni società complessa vi sono sia un’ élite che governa sia un insieme di forme simboliche le quali esprimono il fatto che essa detiene realmente il potere». La maggior parte degli studi sociologici e antropologici, sulla scia di Durkheim, hanno poi concentrato l’attenzione sui modi in cui anche il rituale viene utilizzato per preservare la coesione sociale.

Decostruito il concetto di identità culturale e accantonato il multiculturalismo, lo si è sostituito con il temine intercultura. Si tratta di un neologismo d’origine inglese impiegato in Italia in ambito scientifico già negli anni Sessanta. Si afferma inizialmente, come aggettivo, in ambito pedagogico e scolastico, nella forma educazione interculturale.

Questa nuova categoria propone un progetto di interazione fondato sull’ idea che le culture si aprano reciprocamente e apprendano le une dalle altre in un’interazione dinamica, in una specie di interscambio creativo, senza perdere la propria identità. In tale modo, si dà importanza al processo di incontro e reciproco cambiamento.

Il documento ministeriale del 2007 recita così:

Scegliere la prospettiva interculturale non significa limitarsi a mere strategie d’ integrazione degli alunni immigrati, né a misure compensatorie di carattere speciale. Si tratta piuttosto di assumere la diversità come paradigma dell’identità della scuola e come occasione per aprire l’intero sistema formativo a tutte le indifferenze (M.P.I., Roma, 23-5-2007).

Fonti:

Una cittadinanza multiculturale? In M. Fossati, G. Luppi, E. Zanette, Parlare di storia 3, pag. 466, Mondadori 2010

www.laricerca.loescher.it

Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi. Gentile E.