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AE and its partners! Today read “Due sfide difficili per l’Europa” from Angry Italian.

AUTHOR:  Gezim Qadraku

Language: Italian

Dal 20 al 23 di Gennaio ha avuto luogo a Davos (in Svizzera) il World Economic Forum. Il WEF è una fondazione senza scopo di lucro fondata nel 1971 dal professore tedesco Klaus Schwab. Nel corso degli anni il forum ha cambiato la sua agenda; oggi è diventato un’occasione per discutere dei maggiori temi legati all’economia mondiale e al suo futuro.
Lo slogan di quest’anno è stato “Mastering the Fourth Industrial Revolution”, cioè tenere sotto controllo la quarta rivoluzione industriale. Ma in Svizzera si è parlato anche d’altro: non si poteva fare a meno di discutere di temi scottanti, come la crisi dei migranti, la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (la famosa Brexit), il calo del prezzo del petrolio e il crollo delle borse asiatiche.

A questo forum partecipano la maggior parte dei leader mondiali, i rappresentanti delle più grandi multinazionali e i vari colossi dell’economia del globo. Tra tutti questi esperti del settore, spiccano anche facce dello spettacolo, come l’attore Leonardo di Caprio, il cantante Bono e l’ex pilota di formula uno Mika Hakkinen. La partecipazione è vietata a quei paesi che hanno problemi di immagine. Il prezzo del biglietto d’ingresso è di “soli” 25.000 dollari.

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L’intervento che ha attirato maggior attenzione a Davos è stato quello della direttrice del fondo monetario internazionale (FMI). Christine Lagarde ha infatti così dichiarato: “il Fondo monetario internazionale ha due grandi preoccupazioni: una è la Brexit e l’eventuale accordo tra il Regno Unito e l’Unione Europea; l’altra è la crisi dei rifugiati, un problema decisivo per l’Europa”.

Per quanto riguarda il primo punto, il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE si terrà l’anno prossimo, periodo nel quale proprio la GB sarà alla presidenza del consiglio dell’Unione Europea. Il Regno Unito non fa già parte della eurozona, né dello spazio Schengen; inoltre i Trattati europei vengono applicati in maniera limitata in Gran Bretagna, che gode di diverse clausole di esclusione. Nonostante questo, il premier britannico David Cameron ha pubblicamente invocato un negoziato per modificare i termini di adesione del suo paese all’UE. Se tale negoziato fallisse, la via del referendum sarebbe ancora più incerta. Il cancelliere britannico George Osborne, tuttavia, ha cercato di tranquillizzare Lagarde affermando di essere fiducioso sul fatto che la Gran Bretagna e l’UE troveranno un accordo e che la Brexit verrà così evitata.

Sul secondo punto invece non arriva nessuna rassicurazione, l’emergenza migranti è in continuo peggioramento e l’Europa sta mettendo a rischio il trattato di Schengen, ovvero uno dei più importanti successi dell’Unione Europea. Lo spazio Schengen è una zona di libera circolazione nella quale sono stati eliminati i controlli alle frontiere, salvo in casi speciali. Al momento è composto da 26 paesi, quattro dei quali non sono membri dell’UE (Islanda, Norvegia, Islanda e Lichtenstein). Non ne fanno parte Bulgaria, Cipro, Croazia, e Romania, per cui il trattato non è ancora entrato in vigore, e Irlanda e (come detto prima) Regno Unito, che non vi hanno aderito esercitando la clausola di esclusione.

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Il panico seguito agli attentati di Parigi del novembre scorso e soprattutto il continuo afflusso verso l’Europa dei rifugiati mediorientali e nordafricani, hanno spinto i governi di alcuni paesi europei a reintrodurre i controlli alle frontiere.

L’esempio emblematico della difficoltà a mantenere sotto controllo la situazione dei migranti, è la posizione traballante della Germania. Ad agosto dell’anno scorso, Angela Merkel aveva aperto le porte tedesche a tutti i rifugiati siriani richiedenti asilo. Una decisione elogiabile da parte della cancelliera, che decise di sospendere il regolamento di Dublino. In base ad esso infatti un rifugiato può fare richiesta di asilo solo nel primo Stato dell’UE nel quale ha messo piede. A distanza di mesi le cose sono cambiate, nessuno si sarebbe mai aspettato un’ondata migratoria del genere. Un milione di richieste di asilo negli ultimi nove mesi. Tutto questo ha costretto la Germania a fare dietrofront. Il governo tedesco, nell’autunno scorso ha deciso di rinviare i profughi verso i paesi dell’UE di primo accesso e di ristabilire almeno temporaneamente i controlli alle frontiere. Qualche giorno fa, il ministro dell’economia Sigmar Gabriel, ha annunciato di voler inserire Algeria, Marocco e Tunisia nella lista dei paesi sicuri. I migranti provenienti da questi paesi non otterranno più il diritto di asilo.
Oltre alla Germania, anche Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Francia e Danimarca sono tra gli Stati membri dell’UE ad aver recentemente messo a rischio la validità di Schengen.

Secondo la direttrice del FMI l’integrazione dei migranti in Europa potrebbe portare ad un aumento del PIL dello 0,2%. Una possibile fine del trattato causerebbe in primis, un danno commerciale. Le attese e i controlli ai confini sono sinonimo di (perdita di) tempo e denaro. Inoltre sarebbe un passo indietro per l’UE ed un vero e proprio tradimento dell’idea di Europa. Sembra che la direttrice del FMI, sia l’unica al mondo a vedere il problema dei flussi migratori come un’opportunità per l’Europa. Così come sembrano tanti i paesi europei che hanno smesso di agire come membri di un’Unione e hanno incominciato ad adottare politiche egoistiche, guardando solo ai propri interessi.

Syrian refugees and Hungarian police chat at the barbed wire fence at the border between Serbia and Hungary, in Roszke, Hungary Friday, Aug. 28, 2015. Hungary deployed police reinforcements to rein in an unrelenting flow of migrants across its porous border Thursday, but refugee activists said the effort appeared futile in a nation whose migrant camps are overloaded and barely delay their journeys west into the heart of the European Union. (ANSA/AP Photo/Darko Bandic)

Il caso che ha fatto più notizia è stato quello dell’Ungheria, che quest’estate ha fatto costruire un muro lungo il confine con la Serbia, per impedire l’afflusso dei migranti.

Dopo la decisione ungherese, paesi come Croazia, Slovenia, Serbia e Macedonia hanno deciso di accettare sul proprio territorio solo profughi di nazionalità siriana, afghana e irachena. Ovvero persone che scappano dalla guerra. Questo comporta che tutti gli altri si debbano fermare, esattamente al confine greco-macedone. Per loro il sogno finisce lì.

Sentire parlare di muri nel 2016 fa ribrezzo, sentir parlare di paesi che si rifiutano di aiutare persone che scappano dalla morte certa fa venire i brividi. Questa situazione ci sta dimostrando che ogni paese è interessato a sé stesso, che i migranti non se li prenderebbe nessuno e che forse questa idea di unione è solo una mera motivazione teorica.
Sembrano così lontani i tempi in cui l’UE veniva insignita del premio Nobel, con la seguente motivazione: “per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa.