refugee-991232_960_720

di Elisabetta Canali per Alternativa Europea.

3 ottobre 2013: Questa non è più una giornata qualunque. La prima cosa che compare effettuando una ricerca in rete con questa data è “tragedia Lampedusa”. Il 3 ottobre 2013 un’imbarcazione libica usata per il trasporto dei migranti è affondata a poche miglia dal porto di Lampedusa, provocando 366 morti. Si è trattato di una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del XXI secolo. L’Isola dei Conigli, uno dei posti più belli della penisola italiana, ad oggi è famosa come luogo simbolo di una tragedia umanitaria.

Il 3 ottobre sarà la prima Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Questa giornata è stata istituita dalla Legge n. 45, approvata dal Senato della Repubblica nella seduta del 16 marzo 2016, “al fine di conservare e di rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria” (Art 1). Alla vigilia di questo giorno cosa è cambiato? Cosa si è fatto per impedire ulteriori tragedie?

Di fatto non ci troviamo più davanti ad un’emergenza improvvisa, ma ad una situazione che non solo si ripete troppo frequentemente, ma che richiama scenari già visti in un passato anche meno recente. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati stima che, ad oggi, sono circa 530 mila le persone arrivate in Europa via mare, di cui circa 130 mila in Italia.

Il fenomeno migratorio non è cosa nuova. Nel 1945 Le Nazioni Unite commissionarono una ricerca alla Russel Sage Foundation di New York sul problema dei rifugiati che affollavano il vecchio continente. Il risultato della ricerca mostrava come le azioni adottate per affrontare la situazione avrebbero rappresentato la base politica sulla quale si sarebbe giocata la partita della ricostruzione politica e morale dell’Europa.I paesi alleati si coordinarono per affrontare insieme l’emergenza, creando organismi internazionali specifici, pratiche, istituzioni e norme tutt’ora in vigore.

Da quanto è emerso in una recente intervista su Rai Storia della professoressa Silvia Salvatici, è importante confrontare la situazione attuale dei profughi che giungono in Europa con quella del secondo dopoguerra. Guardare al passato può infatti aiutare ad analizzare le potenzialità ma anche i limiti del sistema internazionale costruito per l’emergenza profughi di quel momento storico, e che tutt’ora permangono. In quest’ottica osservare quanto accaduto significa comprendere meglio la situazione che l’Europa sta vivendo oggi.

L’inizio dei flussi migratori ha radici lontane, a partire dai primi anni del ‘900 con le guerre balcaniche, tanto che il ‘900 venne definito dalle Nazioni Unite il secolo dei rifugiati. Ma i primi centri di accoglienza collettivi – che per certi aspetti corrispondono agli attuali campi profughi – furono istituiti dalle Nazioni Unite dopo il secondo conflitto mondiale nelle zone liberate della Germania, Austria e Italia. La gestione dei centri fu affidata all’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), organizzazione istituita nel 1943 per assistere economicamente e civilmente i Paesi usciti gravemente danneggiati dalla seconda guerra mondiale, e sciolta nel 1947.

Da qui si strutturò un sistema internazionale di gestione del “problema profughi” che arriva fino ai nostri giorni. Per poter funzionare al meglio l’UNRRA doveva stringere degli accordi con le autorità militari nelle regioni liberate. Si trattava di accordi volti a risolvere sì la questione dei profughi, ma in modo favorevole ai vincitori, una sorta di “umanitarismo progettato dai vincitori”. E’ da lì che si sono instaurate tante dinamiche che giungono fino ai nostri giorni.

Ad oggi forse non c’è mai stata una questione che ha diviso così tanto l’Unione Europea come quella sui migranti. Di nuovo ci troviamo di fronte ad un accordo, questa volta siglato il 16 marzo 2016 tra UE e Turchia. Quest’”accordo umanitario” prevede che la Turchia trattenga i “migranti irregolari” giunti sulle isole della Grecia a partire dal 20 marzo, in cambio di sei miliardi di euro e di concessioni politiche da parte dell’Unione Europea. Amnesty International ha pubblicato un documento intitolato “Nessun rifugio sicuro: richiedenti asilo e rifugiati privati di protezione effettiva in Turchia”, con il quale denuncia l’inadeguatezza del sistema d’asilo della Turchia e le difficoltà cui vanno incontro i rifugiati fatti rientrare nel paese. La Turchia fino ad oggi non si è mostrata essere un paese in grado di gestire l’accoglienza dei profughi né tantomeno le loro richieste d’asilo.

Con la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, i paesi firmatari potevano scegliere di conferire lo status di rifugiato solamente a coloro che provenissero da paesi europei. In seguito, con il Protocollo di New York del 1967 questo limite geografico è caduto per i nuovi firmatari, ma i vecchi firmatari hanno potuto scegliere quando e se abrogarlo. La Turchia, ad esempio, ha deciso di mantenere il limite, motivo per cui non riconosce lo status di rifugiato ai non europei.

Il 19 settembre 2016 si è svolto per la prima volta un Summit delle Nazioni Unite sui Rifugiati ed i Migranti, in occasione del quale i leader mondiali di 193 paesi si sono riuniti per elaborare una risposta coordinata alla crisi migratoria. Al termine del vertice è uscito un documento che è poco più di una dichiarazione politica, senza alcun obiettivo materiale, tanto che le critiche di numerose organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, non hanno tardato ad arrivare.

L’”accordo umanitario” sembra essere, di nuovo, un accordo dei più forti, a vantaggio non dei milioni di profughi che fuggono da fame, guerre, violenze e dittature, ma di un’Europa che si difende dall’invasione, angosciata dalla sicurezza.

Se nel 1989 cadeva il muro di Berlino, oggi si stanno costruendo nuovi muri. La memoria a nostro avviso è fondamentale soprattutto se ispira azioni umanitarie che diano una risposta tangibile risolvendo le emergenze.