“La differenza tra numeri e fantasie politiche”

Language: Italian
Author: DAVIDE LORENZETTO (leggi altri articoli dal S24H)

Uno degli inganni più comuni che la nostra capacità conoscitiva subisce è il rischio di semplificare concetti difficili riducendoli a schemi mentali più semplici e comuni: in gergo tecnico il processo si chiama “euristica.[1] Tutti gli esseri umani sono portati a ragionare con immagini piuttosto che con numeri, e trasformano i concetti matematici in rappresentazioni più familiari, che a rigore hanno poco a che vedere con il concetto iniziale, ma aiutano il nostro “cervello pigro” a trattare argomenti dispendiosi in termini di risorse mentali. Chi conosce questo meccanismo psicologico può operare una facile manipolazione delle informazioni.

L’economia è soggetta spessissimo a questo processo. I suoi concetti sono complessi e avrebbero bisogno di una preparazione matematica: per veicolarli alla gente, i politici (essi stessi impreparati) usano sovente degli stratagemmi “euristici”. Ne abbiamo un chiaro esempio in queste settimane, in riferimento alla manovra di bilancio che il governo italiano vorrebbe mettere in atto, i cui effetti positivi sono stati giudicate irrealistici dalle istituzioni dell’Unione Europea, ma anche dai migliori organismi internazionali di monitoraggio economico e da fior fiore di economisti.

Qual è stata la strategia comunicativa del governo? È stata la trasformazione dei numeri in opinioni politiche: è un classico esempio di “tattica euristica”. Ho personalmente sentito anche molti commentatori, improvvisati esperti di economia, seguire questa strada; ad es. sostenendo che la solvibilità del nostro debito pubblico dipenderebbe dal “posizionamento geopolitico” dell’Italia nello scenario internazionale: per la precisione che lo spread sui titoli pubblici italiani sale perché «la Germania non vuol garantire il nostro debito» e di conseguenza dobbiamo trovare una sponda politica negli USA o nella Russia. È molto più semplice parlare così: si incontra gli schemi del nostro “cervello primitivo”. Però i nostri titoli li comprano le banche e i fondi di investimento internazionali, non Trump o Putin. Così come è fantasiosa la teoria per cui “la Commissione Europea è contro il governo italiano perché è sovranista”. Peccato che Ungheria e Austria abbiano governi “sovranisti”, ma la loro manovra di bilancio sia stata approvata in pieno. Ergo, la politica non c’entra nulla; c’entrano i numeri.

Se degli opinionisti tralascio i nomi, mi si permetta almeno di citare alcune delle “euristiche” utilizzate nelle ultime settimane dai principali leader politici italiani: sono gravi inesattezze perché non aderenti alla verità oggettiva dei fatti. Citiamo, solo a titolo di esempio, alcune dichiarazioni pubbliche: «le raccomandazioni della UE sono incompatibili con la crescita del PIL»[2] e «in passato ci sono stati tagli alla spesa sociale e agli investimenti e non ha funzionato perché il debito è cresciuto»[3]   «a causa dello spread nessuno ha perso soldi… è un tendenziale virtuale»[4]

Anzitutto è fuorviante dire che “il debito pubblico italiano è aumentato negli ultimi anni”. Il debito è cresciuto in valore assoluto dal 2008 al 2011 perché il PIL è diminuito per la crisi economica internazionale e si sono fatte politiche espansive per frenarla lasciando aumentare il rapporto Debito/PIL; dal 2011 il rapporto in poi per le “componenti automatiche” dovute agli interessi sul debito precedente, soprattutto dopo che lo spread tra interessi sui titoli pubblici italiani e tedeschi è schizzato a oltre 500 b.p. Ma del debito pubblico si misura sempre il trend, cioè la velocità di crescita rispetto all’anno prima. Siccome tra il 2014 e il 2017 la sua crescita è rallentata e si è stabilizzato al 131% rispetto al PIL (fonte BankItalia), significa che le politiche precedenti hanno funzionato, almeno per il contenimento del debito. Su come coniugare poi crescita economica e stabilizzazione del debito ci sono diverse possibilità che qui non possiamo trattare.

Tutti e tre i leader politici comunque, con diverse sfumature di tono, evitano di affrontare il merito della questione: i numeri. Si tenta di far passare l’idea che i numeri non contino (diventano “i numerini”), perché di queste cifre viene data una valutazione politica. La semplificazione appena accennata è che in economia ci siano due scuole di pensiero: quelli “pro austerity” e quelli “pro spesa pubblica”, e che la scelta sia sostanzialmente una preferenza di valore, e non ci sia alcun riscontro empirico che possa dimostrare la superiorità dell’una o dell’altra opzione. Gli economisti, se si attengono ai dati, sanno che sono le condizioni del sistema a determinare l’efficacia di una o dell’altra politica, e non le opzioni ideologiche.

Qui agganciamo il tema che era rimasto in sospeso in chiusura dello scorso articolo: la crescita o diminuzione del debito pubblico dipende esclusivamente dalle variabili matematico-attuariali e da come la politica le manovra. Se si vuole proporre una tesi, essa va argomentata con i numeri. Non è una questione di filosofia: “prima abbiamo provato in un modo ora proviamo in un altro”. Il teorema del governo è invece “più debito pubblico oggi fa diminuire il debito pubblico domani”. Vi pare sensato? La risposta giusta è “dipende” (cf. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi su Corsera 10/11/2018 https://www.corriere.it/opinioni/18_novembre_10/i-numeri-non-dicono-bugie-427d6b7a-e521-11e8-80e6-d1a41ad00147.shtml# ). Una manovra espansiva, come ogni economista serio sa, ha degli effetti più che proporzionali sul reddito futuro solo a certe condizioni: non è una ricetta magica, bensì dipende da come si investono i soldi e dello scenario complessivo. Le scelte politiche sono scelte di valore, ma non si può evitare di dichiarare che per ogni euro di spesa corrente in deficit dello Stato (pensioni e sussidi al reddito di ogni sorta) il PIL aumenta meno di 0,5 euro. Come è possibile ripagare il debito in questo modo, se per ogni euro che spendi “tornano indietro” meno di 50 cent? I numeri alla gente non piacciono, ma grazie a Dio l’economia è diventata una scienza perché si è sottoposta alla verifica empirica dei numeri.

Il noto economista Olivier Blanchard, ha acutamente argomentato, che le condizioni per cui una manovra espansiva fa scendere il debito in proporzione al PIL non sono soddisfatte in Italia allo stato attuale (la traduzione italiana dell’articolo è su https://www.lavoce.info/archives/55700/la-manovra-italiana-un-caso-di-espansione-fiscale-restrittiva/). Inoltre, il Rapporto sulla Stabilità finanziaria diffuso da BankItalia il 23 novembre ha confermato che da marzo a giugno 2018 l’aumento verticale dello spread è costato agli italiani 1,5 miliardi di maggiori interessi e 85 miliardi in termini di riduzione del valore dei propri risparmi (cui si aggiunge una stima di altri 60 miliardi nel secondo semestre 2018), perché i titoli detenuti hanno perso valore di mercato, già oggi! Di “virtuale” nello spread non c’è nulla. E non è tutto qui…

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[1] Una possibile definizione più formale di “euristica”: «di fronte a problemi dotati di una certa complessità, per i quali non esiste o è troppo costoso, in termini di risorse o di tempo, un algoritmo che permetta di trovare direttamente la soluzione ottimale, si simula un comportamento indiziario e congetturale, per prove ed errori» (http://www.treccani.it/enciclopedia/euristica_%28Enciclopedia-della-Matematica%29/). Per chi vuol saperne di più http://www.pensierocritico.eu/intelligenza-euristica.html

[2] il 21/11/18https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/22/manovra-conte-alla-camera-raccomandazioni-ue-sono-incompatibili-con-la-crescita/4784535/

[3] conferenza stampa del 27/09/18) il cui video al link https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/28/manovra-moscovici-fuori-dai-paletti-ue-ma-non-apriamo-crisi-con-litalia-quando-paese-si-indebita-si-impoverisce/4654884/;

[4] i Martedì 23/10/18, 44’ 20’’ http://www.la7.it/dimartedi/rivedila7/dimartedì-puntata-23102018-24-10-2018-253733