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AE wednesday reading by our blogger Enrico Lavecchia
Language: Italian

A poche settimane dagli attentati di Parigi del 13 novembre scorso, il cliente di una banca di Bruxelles si è visto rifiutare un bonifico on-line con causale “Parigi – Siria”. Si verrà poi a scoprire che si trattava dell’acquisto di un biglietto del treno per assistere ad una conferenza sulla Siria nella capitale francese.

Iniziato e conclusosi con gli attentati in Francia, l’anno appena trascorso ha messo l’Europa di fronte ad angosce che credevamo lontane. A queste si è aggiunto l’esodo dei profughi in fuga dalla ormai quinquennale guerra civile siriana. Alcuni paesi stanno ricorrendo ai ripari per far fronte all’emergenza, rischiando di stravolgere le abitudini di milioni di cittadini.

Schengen è una cittadina di poche centinaia di abitanti tra il Lussemburgo, la Francia e la Germania. Un luogo simbolico di confine, dove nel 1985 cinque Stati (Germania dell’Ovest, Francia e Benelux) firmarono un accordo che avrebbe portato all’abolizione dei controlli doganali per persone e merci in Europa. Da allora l’assenza di frontiere è diventato tra i segni più tangibili della creazione di un’Europa unita. La libera circolazione di capitali e servizi, prevista dai trattati europei, non ha lo stesso potere evocativo del poter viaggiare senza l’utilizzo del passaporto. Vedere oggi dogane dismesse, con la scritta “alt” ormai sbiadita, ci ricorda che l’Europa non è solo una macchina burocratica sorda ai bisogni dei cittadini. Questa opportunità ha portato a più di un miliardo di viaggi all’anno nell’area Schengen, che raggruppa 26 Stati europei, tra membri e non dell’Unione Europea.

Con Schengen l’Europa valorizza una peculiarità che nessun altro continente ha, sia per dimensioni che per scelte politiche, ovvero la possibilità di spostarsi in un altro Stato nel giro di un paio d’ore. Peculiarità che ha portato benefici economici ma anche fondativi del sentimento europeo stesso. Vi sono aree del continente in cui la pendolarità transfrontaliera è giornaliera, come tra la Baviera e la Boemia o tra la Catalogna e il sud della Francia. Vi sono associazioni che lavorano proprio su tematiche di tipo transfrontaliero a livello europeo.

Ma la prevenzione del terrorismo e la gestione dell’immigrazione stanno mettendo i governi nazionali di fronte a scelte difficili. A partire dallo scorso settembre, sei Stati (Francia, Norvegia, Germania, Austria, Danimarca e Svezia) hanno usufruito della clausola che permette di reintrodurre temporaneamente controlli alle frontiere in caso di minaccia all’ordine pubblico.

L’impatto mediatico di tale decisione è stato forte e molti si sono mobilitati per preservare il diritto alla libera circolazione in Europa. Tra questi vi sono varie associazioni giovanili europee, sostenute dall’hashtag DontTouchMySchengen e da alcuni politici nazionali. Si parla di “Schengen boys”, che criticano governi come quello austriaco, che ha recentemente annunciato la reintroduzione, da marzo, di controlli al Brennero.

Contro la fine di Schengen si stanno muovendo anche importanti gruppi di interesse economici, e gli analisti si stanno già sbizzarrendo sui potenziali costi aggiuntivi per ogni ora in più che un camion merci (soprattutto deperibili) passerebbe alla dogana.

I capi di Stato e di governo sembrano invece più cauti sulla questione, rinunciando a denunciare apertamente la reintroduzione dei controlli doganali. Resta comunque l’impressione che l’abolizione di Schengen, insieme al mantenimento degli accordi di Dublino, per cui lo Stato di arrivo dei migranti è quello che deve farsene carico, stanno minando la solidarietà tra i membri UE. Il rischio è quello di scaricare su alcuni paesi gran parte degli oneri della gestione dei flussi migratori. Sono stati così introdotti in Italia e Grecia i cosiddetti hotspot, con funzioni di registrazione e individuazione di potenziali terroristi, come previsto dalla strategia lanciata nel maggio scorso dalla Commissione Europea.

A livello politico, la chiusura delle frontiere è una scelta che fa leva su sentimenti populisti alimentati dalle destre xenofobe, le cui idee, invece, travalicano senza problemi i confini nazionali. Come il gruppo parlamentare europeo “Europa delle Nazioni e della Libertà”, del duo franco-italiano Salvini – Le Pen, che proprio sull’immigrazione costruisce gran parte della propria campagna mediatica.

Ma Schengen muore se le questioni della sicurezza e dell’immigrazione verranno lasciate ai Donald Trump di turno o ai sostenitori del “siete tutti benvenuti”. Bisogna invece affrontare la questione con spirito di solidarietà e idee concrete. Stati come l’Italia non dovranno commettere gli errori del passato, quando Roma rilasciò migliaia di visti temporanei a persone in fuga dalle primavere arabe e diretti verso centro e nord Europa. Allo stesso tempo, gli altri Stati non dovranno sottrarsi alla loro parte di responsabilità, tenendo conto che l’emergenza non è di breve periodo. In Germania si prevede da qui al 2020 l’arrivo di 500.000 profughi ogni anno. Bruxelles dovrebbe dunque valutare proposte di gestione comune dell’emergenza, come quella italiana sul rafforzamento di Schengen finanziandone i costi attraverso gli eurobond. La chiusura di Schengen rimane un rischio reale. Il Belgio ha appena annunciato il rafforzamento dei controlli alla frontiera con la Francia, in seguito allo smantellamento del campo profughi di Calais. Tornare alle frontiere nazionali non aiuta né a costruire un’identità europea, né tantomeno a rafforzare la cooperazione tra le forze di polizia che contrastano il terrorismo.

photo credit by Young European Federalist