“Sovranità e Sovranismo: il problema economico italiano. “

Language: Italian
Author: DAVIDE LORENZETTO (leggi altri articoli dal S24H)

sovranità sovranismo

sovranità sovranismo

Quando si chiedesse con un sondaggio “sei contento di perdere la tua sovranità?” è prevedibile che, posta così, la domanda riceverebbe un unanime diniego.

Le teorie di Daniel Kahneman, già premio Nobel per l’economia, sono ben chiare nell’illustrare quanto pesi l’effetto framing nell’indirizzare la risposta. Così accade che, da qualche anno, molte forze politiche continuino a reclamare che l’Italia dopo l’entrata nelleuro ha perso la sua sovranità, in particolare monetaria.

Il che significa, a detta loro, l’incapacità di gestire il debito pubblico al di fuori di politiche di austerità, cioè riduzione del deficit con politiche fiscali di aumento delle imposte o riduzione della spesa pubblica.

Ma qual è il modo corretto di porre la domanda sulla sovranità? A pochi giorni dall’annuncio con cui Mario Draghi conferma la chiusura del Quantitative Easing (QE), varrebbe la pena di scavare il “non detto” dietro al termine sovranità.

Esistono solo due modi per ridurre il debito pubblico, o meglio ciò che più conta, il rapporto tra debito e PIL. Ammesso infatti che si escluda il default (anche soft nella forma ristrutturazione del debito), si deve perseguire la via degli avanzi primari di bilancio, oppure, teoricamente, c’è la possibilità di aumentare la crescita del PIL (il denominatore del rapporto).

Nel secondo caso si dovrebbe, attraverso una politica di investimenti pubblici, porre le condizioni per aumentare la produttività del sistema economico. Se non si vuole fare altro deficit ed aumentare gli investimenti al contempo, occorre ricollocare la spesa a scapito dei consumi correnti e a favore degli investimenti: tutto ciò ha ovviamente un costo politico.

La voce di chi reclama sovranità ribatte però, che non c’è bisogno ridurre la spesa corrente: si possono fare investimenti finanziati in deficit, che poi si “ripagherebbero da soli” con la crescita del PIL.

Ma qui c’è una prima scorrettezza, dimostrata dalla recente fiammata dello spread, quando da bozze programmatiche e dichiarazioni del governo italiano si evinceva che questa fosse la strada preferita. In una situazione di elevato debito pubblico in cui versa l’Italia, il quadro di riferimento teorico dei mercati, e il loro comportamento, cambia sostanzialmente. Si entra infatti nel framing in cui le aspettative contano di più della realtà.

Le reazioni degli investitori hanno dimostrato che nessuno è disponibile a finanziare sul mercato un ulteriore debito italiano: appena se ne parla, lo spread, cioè il premio al rischio pagato sui nostri titoli, sale repentinamente minacciando di innescare la cosiddetta spirale del debito.

Siccome questa porta è sbarrata, se non si vuole ricollocare la spesa corrente gli investimenti pubblici si possono finanziare solo in un altro modo: monetizzando il deficit.

Per semplificare, si chiede alla banca centrale di acquistare il nuovo debito a fronte dell’emissione di moneta. Tutto ciò, con una valuta comune ed una banca centrale unica, non è possibile ai singoli stati della zona euro. Essi hanno infatti perso quella forma di sovranità chiamata in gergo signoraggio, il diritto a stampare moneta.

Ed è qui dove la distinzione lessicale tra sovranità e nazional-sovranismo diventa ancora più scivolosa, perché la monetizzazione del debito è sì un signoraggio, ma non significa per nulla sovranità: significa invece, quasi sempre, inflazione.

Anche nel medio periodo, ed anche con una situazione di partenza di disoccupazione, il riaggiustamento verso l’equilibrio del mercato del lavoro avviene a spese di una diminuzione dei salari reali. Ciò non si produce direttamente con una diminuzione delle buste paga (cosa politicamente difficile da accettare), bensì con un aumento dell’inflazione, che sfrutta l’illusione monetaria dei salariati (i quali ci mettono un po’ per accorgersi che i prezzi sono aumentati più del previsto e il potere d’acquisto dei salari diminuito).

Tale effetto è specificato dalla nota curva di Phillips, corretta in modo dinamico per le aspettative sull’inflazione, qualora esse vengano spiazzate dalle politiche monetarie. L’inflazione, al netto di ulteriori politiche o shocks, si stabilizza nel lungo periodo, ma su un livello più alto del precedente.

Un’altra considerazione che quasi nessuno dei sovranisti mette a tema, è che l’alta disoccupazione italiana sia dovuta a anche motivi strutturali, legati alle modificazioni del mercato del lavoro (con un mismatching di competenze e professionalità richieste).

Tali criticità vanno risolte prima di effettuare degli investimenti, se si vuole che la loro ricaduta occupazionale sia effettiva, e che la formazione scolastica dei giovani sia messa a servizio della crescita tecnologica del paese. Attivare perciò la politica di domanda (anche in caso di output gap) senza “lavorare” anche il ramo dell’offerta, cioè la forma del sistema produttivo, è come accelerare su una macchina che ha solo rapporti corti: il maggior gas (spesa pubblica) non fa aumentare la velocità (crescita del PIL e riduzione della disoccupazione) e l’effetto principale è l’aumento a vuoto del numero di giri del motore (debito e inflazione).

Non importa infine, se la spesa pubblica è rivolta ad investimenti: il finanziamento degli stessi a mezzo di una monetizzazione del disavanzo neutralizzerebbe qualsiasi effetto espansivo anche di breve periodo. Il segnale dato agli investitori, avrebbe infatti molto probabilmente l’effetto di sterilizzare l’aumento di domanda per investimenti attraverso l’aumento del premio al rischio richiesto dal mercato sul debito già in essere.È invece la ricomposizione della spesa complessiva già in essere il primo nodo da aggredire.

Gli schocks iniziali della recente crisi sono stati di tipo finanziario (credit crunch internazionale e rischio di solvibilità dei debiti sovrani) acuiti da processi industriali vorticosi (la globalizzazione): è ingiustificato rispondere con politiche fiscali inflazionistiche che accentuano il peso del debito pubblico (e quindi la pressione sul lato finanziario) e omettere di riposizionare il sistema industriale interno su un livello di maggiore specializzazione, di migliorare l’efficienza amministrativa e del sistema finanziario interno.

Un argomento ulteriore si evince dal fatto che non è mancata in Europa, seppure con ritardi, una politica di alleggerimento della stretta fiscale dovuta alla caduta del PIL: l’espansione monetaria è stata attuata col QE. Però l’Italia ha scontato carenze sul lato dell’offerta, e il nostro debito pubblico ci ha impedito di dirottare verso gli investimenti la maggior disponibilità monetaria, dovendo invece concentrala nel pagamento degli interessi sul debito pregresso.

Tutto ciò non varierebbe in alcun modo se il governo italiano detenesse il pieno controllo della banca centrale. Il punto chiave resta lo stock di debito, fatto proprio quando la politica nazionale aveva il pieno controllo della politica monetaria, ma non si è premurata di rendere “più piatta” la curva di offerta aggregata, ed ha prodotto una crescita di breve periodo senza un vero aumento della capacità produttiva, scaricando il peso del debito sulle classi economicamente più sguarnite rispetto all’inflazione e sulle generazioni future.

La filosofia economica dell’UE, tanto criticata dai sovranisti, prevede invece una crescita non inflazionistica, a tutela del potere d’acquisto dei salari. Essa è l’unica vera garanzia ad un’autentica sovranità del cittadino, la cui libertà democratica è legata all’autonomia economica.