“Sport: mondiali antirazzisti in Italia. “

Language: Italian
Author: Federica Russo (discover more)

stop racismBasta lanciare una palla a terra e chiunque almeno un paio di tiri li fa.

È così che lo sport diventa un facile collante sociale che unisce tutti, ovunque, indipendentemente dalla  nazionalità. È così che nel 1997 sono nati i Mondiali Antirazzisti, esperienza che si è ampliata sempre di più fino a diventare una realtà affermata che vede una sempre maggiore partecipazione di squadre da tutto il mondo. Esperienza che anche quest’anno coinvolgerà moltissime persone, soprattutto giovani, con la sua 22esima edizione che si svolgerà tra il 4 e l’8 luglio, nel parco di Bosco Albergati, Castelfranco Emilia (MO). Ci si attende, come sempre negli ultimi anni, una grande partecipazione sia di squadre sia di tifosi.

Il progetto è nato dal Progetto Ultrà – UISP Emilia Romagna, in collaborazione con Istoreco (Istituto Storico per la Resistenza) di Reggio Emilia. L’idea era di creare un’esperienza di unione e integrazione tra realtà spesso considerate contraddittorie o comunque separate. Il risultato? La nascita di un vero e proprio “festival multiculturale ed esperienza concreta di lotta contro ogni forma di discriminazione”. All’inizio parteciparono solo 8 squadre di calcio, in rappresentanza di 4 nazioni. Poi negli anni il numero di squadre e partecipanti è cresciuto, e anche le attività sportive. Si è aggiunto il torneo di basket, poi cricket, rugby, softball, tchoukball, lacrosse. Nel 2010 si è toccato il picco di partecipazioni con 204 squadre, oltre 8000 persone, 25 nazioni partecipanti e una rappresentanza di 50 nazioni. Un’esperienza unica che parte, ma non si ferma allo sport, aggiungendo musica, dibattiti e percorsi didattici. è rivolto a tutti, con attenzione anche ai bambini.

I Mondiali Antirazzisti sono  momento di incontro e di condivisione di esperienze tra quelle molteplici realtà che sviluppano il proprio lavoro prima e dopo gli stessi. Parliamo di tutte quelle realtà, associazioni e non, che quotidianamente portano avanti i valori dell’antirazzismo sui propri territori. È questa l’esperienza di molte squadre di calcio multietniche, come, ad esempio, gli RFC Lions Caserta. Una squadra di calcio che sta crescendo sempre di più e che vede in campo la fusione tra giocatori italiani e migranti di diverse nazionalità.

<<Ad oggi abbiamo due squadre di calcio. Puntiamo a formare anche una squadra di basket per l’anno prossimo, da iscrivere al campionato UISP. Giocano e partecipano alle attività dell’associazione ragazzi provenienti da Italia, Senegal, Gambia, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Egitto, Pakistan, Ucraina. Il progetto oggi conta circa 100 persone coinvolte attivamente, tra soci, giocatori, volontari, sostenitori e tifosi. Siamo partiti in 5 nel 2011. Quest’anno, in ottobre, festeggiamo i 7 anni di attività.In passato abbiamo avuto anche una squadra di calcio a 5 femminile. Il sogno è creare un giorno una scuola calcio per bambini.

Oltre all’aspetto meramente sportivo, organizziamo spesso dibattiti, presentazioni di libri. Siamo in piazza quando c’è da difendere i diritti umani, civili e sociali. Lo scorso anno abbiamo portato avanti insieme a tante realtà di sport indipendente, popolare e antirazzista italiane la campagna “We want to play – Nessuno è illegale per giocare a pallone”, conseguendo una grande vittoria costruita dal basso, ovvero l’abrogazione di una parte della norma FIGC che ostacolava l’accesso al tesseramento sportivo dei giocatori non italiani, applicando un vincolo temporale relativo alla durata del permesso di soggiorno illegittimo e irragionevole. Abbiamo sempre aperto le porte della squadra e del progetto a tutti coloro che condividessero le idee e lo spirito su cui lo stesso è nato: antifascismo, antirazzismo, lotta alle discriminazioni, aggregazione, inclusione sociale.>>

Lo sport è, infatti, solo uno strumento per questi ragazzi, attraverso il quale portano avanti valori e idee di una società diversa da quella attuale. Non fermandosi all’antirazzismo, ma andando oltre, verso l’inclusione di tutte quelle realtà emarginate dalla società. É questa ad esempio l’esperienza di Atletico Diritti, una squadra composta da immigrati, detenuti o ex detenuti e studenti universitari. Atletico Diritti nasce dalle associazioni Progetto Diritti e Antigone con il patrocinio dell’Università di Roma Tre. <<Siamo in campo in nome dell’integrazione, dell’anti-razzismo e dei diritti per tutti, in nome dello sport quale strumento di coesione e di coinvolgimento.>> Altre 4 analoghe esperienze sono raccontate in un breve ma interessante web-reportage “Nessuno in fuorigioco”, nato da un’idea di Guido Montana e Aniello Luciano. Molte altre sono però le realtà simili.

Oggi il tema dell’immigrazione si trova al centro del dibattito politico e si torna a discutere nuovamente di razzismo. Un elemento molto interessante del dibattito è la distinzione, oramai diffusasi nell’immaginario collettivo, tra immigrato economico e richiedente asilo o rifugiato. Per questo é interessante sapere cosa ne pensa chi ormai da anni lavora attivamente con gli immigrati.

Marco, co-fondatore dell’ASD RFC Lions ska Caserta, ci dice: <<Pensiamo che sia una distinzione cinica e che andrebbe superata. Non v’è alcuna differenza tra chi lascia il proprio Paese perché sconvolto da guerre e conflitti e chi lo fa perché nel paese d’origine fa fatica a sopravvivere.  In un caso o nell’altro, infatti, è la stessa vita di chi fugge ad essere messa a rischio. Nessuno lascerebbe la propria terra sapendo di andare incontro a seri rischi per la propria stessa vita durante il viaggio verso l’Europa se nel proprio Paese conducesse una vita dignitosa. I cosiddetti “migranti economici”, che solo dieci anni fa Fabrizio Gatti nel libro “Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini” definiva “eroi moderni” per la drammatica epopea che erano disposti ad affrontare pur di sfuggire alla fame e migliorare le condizioni di vita proprie e della propria famiglia oggi, invece, sono considerati dai più “clandestini da rimpatriare”, “finti profughi”, “criminali”.

In 10 anni si è completamente ribaltata la prospettiva, complice la propaganda di una politica xenofoba e razzista che ha speculato sugli ultimi soffiando e alimentando il fuoco della paura che sempre più spesso si trasforma in vero e proprio odio verso l’immigrato.

Riteniamo che i migranti che hanno lasciato il proprio Paese d’origine a causa della povertà, magari passando per i campi di detenzione libici, tra violenze e altri trattamenti inumani e degradanti, siano da considerare persone vulnerabili e, come tali, debbano essere protette dai paesi europei in cui arrivano.>>

Queste sono solo alcune delle espressioni di quella parte della società che vede il futuro nell’integrazione e non nella separazione. Quella parte che spesso è meno conosciuta, perché meno pubblicizzata, ma che esiste, è forte ed è infinitamente variegata.