AUTHOR: EMANUELE SANSONETTI

Language: Italian

In questi giorni ogni migrante italiano a Bruxelles si è sentito domandare spesso: “Ehi, come va lassù? Come stai? Ma come si vive? È tutto vero quello che sentiamo dai giornali in Italia? Avete fatto le scorte di cibo?” E la risposta è quasi sempre la stessa: “Eh, in tutta questa situazione si vive. Ci si prova, almeno”.

Per essere più precisi.

Qui la situazione è strana, ma non così folle come sentiamo dai media. Ovviamente la paura c’è e intacca ognuno a seconda della sua sensibilità. Chi ha aperto nuovi locali è probabile che abbia perso qualche migliaio di Euro solo negli ultimi week-end. Gran parte degli eventi e delle prenotazioni sono state infatti cancellate perché:  “Sa, abbiamo paura”.

La paura si sente, specialmente quando si esce fuori a cena o a vedere le partite della propria squadra del cuore. Molte persone, infatti, non hanno voluto smettere di vivere come facevano prima, o almeno non del tutto, e continuano ad uscire imperterriti. “Non è coraggio, è che proprio non mi va di dargliela vinta a ‘sti qua”. C’è anche chi ti confessa che si sta forzando ad uscire, e a non assecondare quella parte di sé che rimarrebbe volentieri sotto le coperte tutto il giorno, tutti i giorni, a mangiare cioccolata al pepe guardando i film di Verdone e dimenticandosi del mondo che sta oltre la finestra.

La città invece ha un’aura strana, e spesso dipende dalla zona in cui ci si trova. Andare a Gare du Midi coi mezzi, per esempio, è molto difficile. Le metro sono tutte chiuse, [i] gli autobus circolano per metà, e la metà di quelli che circolano hanno almeno mezz’ora di ritardo. Ma la vita continua e dentro al bus ci si sta compressi come mai si era stati, mentre fuori la fila del traffico sembra infinita.

Passeggiando per la città ci si rendere conto ancora meglio di quanto la situazione cambi a seconda del quartiere (le communes) che si attraversa. Passando per Matonge, il quartiere africano, sembra quasi che non sia mai successo nulla: gente per strada sotto la pioggia che ride e scherza, musica a tutto volume che esce da macchine e appartamenti, negozi aperti fino a tardi e mamme che portano in giro cani e passeggini pieni di vita. Guardando bene, però, ad ogni angolo sembra esserci sempre qualcuno, di solito due persone, che sembra non facciano nulla. E allora può darsi che quella grande comunità si sia un po’ auto-organizzata per gestire, per quanto possibile, l’insicurezza del momento.

Appena si esce dal quartiere africano però, andando verso Porte de Namur, si passa subito davanti ad uno dei pochi McDonald’s di Bruxelles.[ii] E lì ogni tanto si trovano due militari e una camionetta della polizia a presidiare il simbolo del soft-power americano. Continuando a camminare, passando per viuzze calme e silenziose come lo sono sempre, si arriva ad una delle piazze dello shopping, e lì proprio si sente che qualcosa è cambiato. I negozi sono tutti chiusi, la gente per strada è poca e cammina di fretta, sotto la pioggia, senza degnare di uno sguardo le ricche vetrine. Imponente, nel mezzo alla piazza, si staglia un blindato che fa da punto d’incontro alle tre ronde di militari che girano per la zona.

Insomma, è tutto un po’ confuso.

Un ragazzo che vive a tre minuti dalla Grande Place dice che è tutto sereno. Un altro ragazzo racconta che per entrare in alcune zone del centro come la Grande Place devi passare per lunghe perquisizioni e controlli. Ma la confusione, se così si vuol chiamare, non è solo dei cittadini. L’allerta 4 è stata prolungata fino a lunedì prossimo,[iii] però da mercoledì 25 le metro e le scuole riapriranno. Però per entrare dentro università e scuole devi presentare la carta studente o il certificato d’iscrizione più un documento d’identità. Però Salah, il nemico pubblico numero uno, sembra essere scappato verso la Germania. Però il governo afferma che la minaccia è più estesa. Però non dobbiamo avere paura sennò vincono loro. Però bisogna evitare sia le vie con molti negozi che di girare in gruppo, per non parlare di feste ed eventi. Però l’ufficio è aperto e quindi bisogna andare a lavorare. Però, però, però.

Qui tutto è strano e un po’ difficile, spesso e volentieri contraddittorio. Probabilmente qualcosa è cambiato nella testa della gente che vive nella capitale dell’Unione Europea – e facilmente anche a Parigi. Si è capito – perché più o meno sperimentato, alla San Tommaso – che la sicurezza assoluta non esiste. La politica non si potrà mai permettere di affermare che nessuno di noi è, è stato, o sarà mai completamente al sicuro, anche se l’assenza della sicurezza assoluta è un concetto chiave di quella che negli anni ’90 è stata in generale definita dall’accademia la post-moderna risk society.

Un piccolo appunto finale.

Quello che in generale tra gli italiani della legione straniera di Bruxelles sta dando più fastidio sono in realtà i comportamenti di alcuni media, che invece di pensare al loro ruolo in questa “guerra”, fanno il gioco di Daesh e dei suoi suicide bomber. Se li chiamano terroristi c’è un perché. Il loro obiettivo è quello di seminare terrore tra la popolazione inerme per costringerla a non vivere più. Che i media diffondano notizie spesso solo parzialmente vere senza adottare un minimo di spirito critico, alimentando ancor di più il terrore nella popolazione è tanto sbagliato quanto ingiusto e controproducente – se il nostro obiettivo comune è quello di salvaguardare l’idea democratica. Speriamo che qualcuno cominci a pensarci su, e ad agire diversamente. Nel frattempo, a Bruxelles si continua a vivere, e a divertirsi.

[i] Al tempo in cui l’articolo è stato scritto le metropolitane erano ancora chiuse. Da mercoledì 25 invece il governo belga ha autorizzato la riapertura graduale di metro e scuole, mantenendo però l’allerta 4 su tutto il territorio della regione di Bruxelles.

[ii] L’orgoglio francofono fa sì che i fast food più numerosi siano quelli della catena Quick: storico fast food belga, poi acquistato dalla società governativa di investimenti francese con sede attuale a Saint-Denis – proprio quella, la banlieue del raid post-attentati.

[iii] 30 Novembre.