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di Mario Casonato per Alternativa Europea.

FILLON: QUALE FUTURO PER LA DESTRA FRANCESE E FORSE…PER LA FRANCIA ?

Ancora scossi dai risultati delle presidenziali americane e dal referendum sulla Brexit, gli osservatori hanno rivolto il loro sguardo educato alla Francia, in queste settimane alle prese con la selezione del candidato della destra (Fillon). Il candidato che con tutta probabilità dovrà fare a sportellate con Marine LePen per negare ancora una volta il secondo turno al Front National nella corsa all’Eliseo. La domenica appena trascorsa ha segnato la conclusione delle Primarie della Destra e del Centro, consegnando ancora una nuova sorpresa.

La vittoria, per molti scontata, di Nicolas Sarkozy è stata disattesa già al primo turno. Proprio quando il campo sembrava liberato dalla personalità ingombrante dell’ex presidente e si offriva alla volata del moderato Alain Juppé, gli elettori della destra mainstream francese hanno premiato il ripiegamento identitario e l’agenda ultraliberale di François Fillon. Questo risultato non solo conferma come i sondaggi siano ormai affidabili quanto gli aruspici, ma obbliga anche il Front National ad una sostanziale correzione di rotta. Il partito populista, infatti, si vedeva già unico paladino delle tradizioni, del benessere e dei valori nazionali, possibilmente contrapposto ad un candidato screditato dagli scandali come Sarkozy o “troppo” moderato come Juppé, su cui poter calare la sua retorica anti-elitista e invocare maggior sicurezza per i suoi cittadini franco-francesi, a discapito di minoranze ed immigrati.

L’elezione di Fillon, invece, scombina gli scenari previsti per le presidenziali dell’anno prossimo. Fiero delle accuse di tatcherismo che gli sono rivolte, Fillon è anche forte del sostegno da parte della corrente Sens Commun, che si fa portavoce delle istanze della Manif pour tous, e di quell’area della destra francese attaccata all’identità cristiana e ai valori della famiglia. La piattaforma di Fillon sembra quindi delinearsi come marcatamente liberale in ambito economico e decisamente conservatrice in ambito sociale.

Il nuovo candidato de Les Republicains ha quindi il potenziale per erodere parti dell’elettorato “patriottico” del Front National che è pertanto obbligato a rivedere la sua strategia. Infatti con Fillon alla testa dei repubblicani, le agende politiche di LR e FN rischiano di sovrapporsi su più di un’istanza, in particolare la difesa dell’identità nazionale, l’assimilazione delle minoranze, l’ostilità verso l’islamismo e una postura più severa sull’immigrazione con un probabile effetto di sgocciolamento sul dossier sicurezza.

Tuttavia, resta ampiamente probabile che Marine LePen trovi da eccepire sui 3 mandati consecutivi da primo ministro di Fillon durante i quali l’esigenza di ridurre la spesa pubblica è coincisa con la riduzione di effettivi proprio nel comparto sicurezza. Inoltre, proprio nel quinquennio di Sarkozy, con Fillon al governo, era stata varata la disastrosa riorganizzazione dei servizi d’intelligence che in questo anno e mezzo di allarme terrorismo è stata più volte additata come l’origine di tutte le mancanze della sicurezza nazionale.

Ed è proprio la sicurezza il tema che marca più di ogni altra cosa il panorama politico francese in vista delle presidenziali del 2017, poiché le elezioni stesse saranno tenute nelle circostanze eccezionali dello stato di emergenza che, proclamato nel novembre 2015, è stato prorogato fino a dopo la tornata elettorale. Sebbene l’argomento de l’état d’urgence sia stato affrontato nel corso del primo dibattito televisivo tra i candidati della destra, nel secondo dibattito tra Fillon e Juppé, al di là delle promesse vaghe di un rinnovato impegno nella lotta al terrorismo, la materia non è stata affrontata nei dettagli.

Questo suggerisce che, almeno a destra, non ci saranno accorati appelli per un completo ritorno allo stato di diritto e che anzi gli scenari di scontro tra civiltà che lo stesso Fillon ha evocato potrebbero comportare una normalizzazione di alcune misure proprie dello stato emergenziale. Se, come spesso accade, la destra francese tenterà di fare leva sul bisogno di sicurezza, proposte come l’aumento degli effettivi delle forze dell’ordine, la schedatura dei “potenziali terroristi” e un sistema di sorveglianza a maglie larghe sulla comunità musulmana potrebbero diventare risorse a lungo termine dell’apparato di sicurezza francese. Buone notizie, quindi, per i cittadini di un paese recentemente e ripetutamente traumatizzato dal terrorismo che potrebbero affidarsi volentieri a dei candidati che assicurano un giro di vite sulla sicurezza nazionale.

Ciononostante, le passate esperienze della “guerra al terrorismo” negli U.S.A e nel Regno Unito, sovente sfociate in attività extra-legali da parte dei servizi e degli apparati di sicurezza, dovrebbero allarmare la società civile francese, davanti a dei candidati che auspicano la normalizzazione dello stato emergenziale. Come se ciò non bastasse, le politiche di controllo capillare della folta minoranza franco-musulmana potrebbe creare l’idea di una comunità sospetta a priori ed esacerbare delle tensioni sociali che in parte sono già emerse in questo anno misure eccezionali di antiterrorismo.

L’efficacia nella lotta al terrorismo è peraltro la ragione dell’ostentata ammirazione di Fillon per Vladimir Putin, la quale ha già attirato l’attenzione della stampa internazionale, in un tentativo forse frettoloso di assimilare Fillon alla rivale LePen e tracciare similitudini con il presidente americano in pectore. Ciò che rimane sconcertante è che sul piano della sicurezza interna, la scena politica francese vede al momento ben poche distinzioni. Il rischio di questa trasversale approvazione dello stato di emergenza, sia essa per opportunismo o per genuina convinzione, è che le intrusive misure amministrative, varate in risposta agli attacchi terroristici, divengano l’oggetto di un’intesa bipartisan non solo tra i candidati di destra, ma anche con l’eventuale candidato socialista.

È infatti il governo di Manuel Valls ad aver instaurato e successivamente prorogato lo stato di emergenza. Nell’eventualità che il candidato socialista alle presidenziali provenga dai banchi del governo, è irrealistico aspettarsi che questi rinneghi l’operato di Hollande e Valls in materia di sicurezza, esponendosi così alle critiche della destra e al risentimento di un’opinione pubblica sconvolta dall’ondata di attentati di questi anni.

La situazione che si delinea in Francia sembrerebbe quindi quella di uno stato emergenziale che si è già confermato come terreno fertile per intimidazioni e abusi di vario genere che risulta già parzialmente normalizzato in seguito alle ripetute proroghe. Le elezioni stesse, e quindi il normale svolgimento della vita democratica della repubblica, si terranno sotto l’occhio vigile degli apparati di sicurezza che dal novembre 2015 sono rimasti sul chi vive. Il futuro stesso delle misure eccezionali prese in Francia in questi mesi è suscettibile di diventare un tema portante del dibattito per eleggere il prossimo inquilino dell’Eliseo. È probabile che su questi temi la linea oltranzista e identitaria del Front National continui a imporre il ritmo alla destra, anche se François ha tutti i numeri per soffiare l’esclusiva a Marine, forte soprattutto del sostegno dell’ala più conservatrice del suo partito.

L’elezione di Fillon, in definitiva, marca un generale trinceramento della destra francese su posizioni più conservatrici ed identitarie e che si preannunciano intransigenti o perfino “regressiste” su certi temi sociali come i diritti degli omosessuali e il rapporto della repubblica con le sue minoranze. D’altro canto, le urne parlano, e al candidato (Juppé) che trovava nella diversità e nell’inclusione il punto di forza per la rinascita della Francia è stato preferito un portabandiera delle radici cristiane del paese, convinto fautore dell’assimilazione. In conclusione, questo trinceramento identitario del maggior partito di destra, per quanto possa essere un prodotto dello zeitgeist globale, avviene in un paese reso fragile dagli eventi recenti, in cui la corsa alla “sicurezza totale” rischia di esasperare le tensioni che già bollono all’ombra dello stato di emergenza.