Trump America

Trum America great again

di Emanuele Sansonetti per Alternativa Europea.

Le elezioni Americane

Le elezioni americane, con la loro campagna elettorale, sono finite. Donald J. Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, senza se e senza ma. Sarà lui a governare il Paese che, nello scacchiere internazionale, influisce più di tutti. Prescindendo dagli schieramenti politici, quanto visto finora dell’uomo Trump non è tranquillizzante. Il concetto del butterfly effect infatti potrebbe essere applicato anche alle azioni del Presidente. Un commento, una parola, una sillaba fuori posto et voilà! I mercati crollano, le armi tuonano e Stati e alleanze si disfanno.

Lasciando da parte però i giudizi sull’uomo, si può cercare di capire quali potrebbero essere le conseguenze internazionali di questa elezione. Nel farlo, si procede ovviamente un po’ a tentoni. L’ex candidato repubblicano ha infatti detto di tutto e di più, a volte contraddicendosi e spesso utilizzando parole e concetti piuttosto esagerati. Questi non devono essere presi alla lettera. La speranza è l’ultima a morire, d’altronde. L’obiettivo è quindi quello di dare uno sguardo a cosa può cambiare, mitigando le esternazioni fatte in campagna elettorale e analizzandole da un punto di vista più generale e meno ingenuo. D’altronde, il discorso fatto la notte dell’elezione suggerisce che i toni e le posizioni del Presidente eletto saranno diversi da quelli del candidato in corsa.

Russia

Ovviamente si comincia da qui, dall’altro capo del mondo rispetto a Washington, DC. È chiaro a tutti oramai che Mosca ha utilizzato più di uno strumento a sua disposizione per sostenere il candidato repubblicano. Dall’hacking della Democratic National Convention, ai commenti di approvazione di Putin per l’ex comparsa della World Wrestling Entertainment, fino ai contatti diretti con il suo staff durante la campagna elettorale. Già questi fattori sono piuttosto esplicativi di come potrebbe evolversi la relazione tra i due Paesi.

Rispetto ad Obama, Trump ha infatti un atteggiamento molto meno aggressivo nei confronti del Cremlino ed è convinto di poter trattare facilmente con esso. Se si considera che da parte russa il punto di partenza per avviare dialoghi produttivi è una maggiore apertura al compromesso in Ucraina – se non proprio un riconoscimento stesso degli interessi russi nel near abroad – è possibile intravedere il primo possibile cambio di rotta. Pacatezza degli animi e niente fretta. Meno scontro e più dialogo. E meno enfasi sul ruolo del Cremlino in un conflitto che dura da ormai tre anni.

Un atteggiamento, questo, in parte paragonabile a quello di Bush Jr. dopo l’undici settembre. Con l’eccezione che la Russia di oggi, rispetto a quella del 2001, ha un atteggiamento molto più assertivo e sembra essere molto più interessata a (ri)stabilire un ordine bipolare piuttosto che multipolare.

Trump: NATO, Europa e Brexit

Un clima meno conflittuale tra Washington e Mosca non sarebbe però una buona notizia per tutti. Tralasciando Kiev, che vedrebbe svanire definitivamente nel nulla la possibilità di ritornare allo status quo territoriale pre-2013, gli Stati baltici e molti di quelli che confinano con la Russia – e con la sua enclave europea di Kaliningrad – non vedono di buon occhio una politica di distensione. Già adesso infatti questi Stati temono la ritrovata aggressività del Cremlino e credono che un approccio poco determinato della NATO possa incentivare Putin ad accettare rischi maggiori. La storia contemporanea, ed in un qual certo senso quella recente, non aiutano a scacciare questi fantasmi. Inoltre, anche sotto un profilo più psicologico/culturale (e militare) Mosca ha sempre dimostrato di considerare forza e fermezza come valori da rispettare mentre compromesso e flessibilità come debolezze da sfruttare.

Ancora, Putin ha dimostrato più volte di essere pronto ad utilizzare ogni mezzo a sua disposizione per riaffermare gli interessi russi nel mondo. Da anni il suo obiettivo dichiarato è quello di far tornare Mosca agli antichi splendori del periodo sovietico. “Make Russia great again” potrebbe essere il suo motto. Se a questo si aggiunge la dichiarata indisposizione di Trump nei confronti dell’Alleanza Atlantica, ecco che dal dialogo potrebbero delinearsi scenari preoccupanti.

Un altro aspetto che riguarda l’Europa, e in particolar modo l’Unione Europea, è l’eventuale allontanamento delle posizioni e degli interessi statunitensi da quelli europei. Questo potrebbe portare alcuni Paesi UE a prendere posizioni meno condivise oltreoceano e a riconsiderare il proprio ruolo nell’Unione. Hollande l’ha fatto ben capire nel suo primo discorso dopo l’elezione di Trump. La Francia, ha detto, è pronta a collaborare ma anche a discutere con la Casa Bianca per portare avanti i suoi interessi – e quelli di Bruxelles, bien sûr. Nello storico transalpino l’idea di poter essere il primo inter pares in Europa esiste ed ha radici profonde.

Per questo l’idea di far diventare Parigi la nuova guida dell’UE potrebbe sopravvivere anche ad un’eventuale vittoria di Marine Le Pen, il prossimo aprile. L’ascesa definitiva dell’Eliseo a questo ruolo avrebbe inoltre a suo favore un ulteriore fattore oltre a quello storico. Ad oggi, infatti, è più di tutti la Germania di Angela Merkel a dettare le regole del gioco nel vecchio continente, ma le prossime elezioni del 2017 potrebbero vedere uno scivolone della CDU e una crescita di consensi dell’estrema destra dell’AfD, con conseguente perdita di autorevolezza di Berlino agli occhi degli altri paesi UE e del mondo intero. La stessa Italia, cui non dispiacerebbe avere maggior voce in capitolo nell’UE, potrebbe preferire decisamente una guida parigina ad una tedesca. E anche qui, la storia contemporanea gioca la sua parte in coppia con le posizioni economiche e politiche in seno al Consiglio Europeo.

Al contempo, il nuovo Mr. President potrebbe però portare una boccata d’ossigeno per il Regno Unito. Se infatti Obama aveva minacciato che la Brexit avrebbe avuto forti ripercussioni negative sui rapporti commerciali tra i due Paesi, Trump ha più volte elogiato la scelta del “popolo britannico.” La special relationship potrebbe quindi risultare più salda di prima, e Londra potrebbe sentirsi mano minacciata da un punto di vista economico – un’eventualità non da poco in vista delle negoziazioni con la Commissione Europea. Quello che però Londra potrebbe non gradire è proprio l’apertura alla Russia. Tra Sua Maestà la Regina e il nuovo Zar infatti non è corso buon sangue ultimamente. Lo stesso direttore in carica dell’MI5 ha rotto una tradizione lunga un secolo dichiarando pubblicamente che la Russia è una minaccia per Londra e l’Europa intera.

Cina

Quella che Obama aveva riconosciuto come la vera sfida all’impero – la crescita inarrestabile di Pechino nel sistema internazionale – sembra non essere stata sottovalutata da Trump. Oltre ad aver definito la Cina come uno dei maggiori avversari degli USA, il tycoon ha infatti affermato di voler aumentare la presenza della US Navy nel Mar Cinese Meridionale per confrontare le pretese espansionistiche cinesi. Eppure, il Presidente entrante non sembra avere la stessa visione di quello uscente riguardo al continente asiatico. Non sembra infatti esserci la voglia di portare avanti quell’Asian Pivot tanto caro ad Obama che prevedeva un maggiore ingaggio americano con alcuni Paesi asiatici – probabilmente, anche e proprio per contrastare l’egemonia regionale cinese.

Per quanto riguarda l’economia internazionale, Trump sembra avere infatti una visione più conservatrice, quasi isolazionista. Oltre ad essersi opposto alla Trans-Pacific Partnership (un TTIP con undici Paesi Asiatici, tra cui il Giappone), il nuovo POTUS ha inoltre definito l’ingresso della Cina nel WTO “il più grande furto di – posti di – lavoro nella storia.” Bisogna anche chiedersi dunque se Washington avrà la voglia di proseguire i negoziati con l’UE per il TTIP.

Il Grande Medio Oriente e l’ISIS

Trump si è aspramente opposto anche ai negoziati nucleari con l’Iran, dichiarando di voler triplicare le sanzioni a Tehran e di voler smantellare l’accordo ottenuto. Stante la complessità della materia e la difficoltà di attuare simili piani, è più probabile che il nuovo inquilino della Casa Bianca agisca semplicemente in maniera più conflittuale con l’Iran, sfruttando i punti più controversi dell’accordo e approvando sanzioni slegate dal tema nucleare. Questo fattore, per quanto possa sembrare strano, potrebbe tradursi in una rinnovata cooperazione con i Paesi del Golfo. Oltre alla percepita minaccia di Teheran, la personalità e le capacità da businessman del Presidente statunitense potrebbero portarlo a superare l’imbarazzo legato alle sue opinioni su musulmani e Islam al fine di accrescere il giro di affari statunitense nella regione e contrastare l’influenza iraniana nella regione. D’altronde, “money speaks” e le possibilità di far soldi nella Penisola Arabica sono ancora  tante.

Ciò che potrebbe complicare il lavoro del nuovo Presidente su questo piano è il legame che questi Paesi hanno con la situazione in Iraq, in Siria e con l’ISIS. Trump ha dichiarato infatti l’intenzione di fare molto di più contro i terroristi del Califfato rispetto ad Obama e nella sua visione un ruolo molto importante lo gioca la Russia. Dalle sue interviste e dai suoi commenti risulta infatti che il magnate sia più che intenzionato a lasciare spazio di manovra a Mosca che, secondo lui, in Siria avrebbe più possibilità di influenzare la situazione. Il problema che potrebbe sorgere è che la complessità della regione fa sì che “lasciar fare” la Russia potrebbe voler dire chiudere un occhio sul ritorno al potere di Assad, insopportabile per i sauditi e sostenuto dall’Iran.

Quest’ultimo inoltre potrebbe utilizzare di nuovo i suoi legami col Presidente siriano per  tornare a proiettare la propria potenza in Medio Oriente. Nello specifico, quindi, un eventuale accordo tramite Russia che preveda il ritorno di Assad (o chi per lui) a governare la Siria, sotto “protettorato” russo ma con la parola di Tehran di non immischiarsi troppo negli affari damasceni, non sembra estremamente impossibile.

Per quanto riguarda l’Iraq, Trump ha più volte lasciato intendere di voler supportare i curdi nella loro lotta all’ISIS. Scenario possibile ma parziale. Difatti, un eventuale riavvicinamento con Mosca nella regione potrebbe portare con sé la necessità (e/o la voglia) di riavvicinarsi ad Ankara, la quale ha espresso, tanto a voce quanto militarmente, la sua intenzione di non permettere la creazione di una regione unitaria curda –né in Turchia né tantomeno in Iraq o in Siria. I curdi rimasti che Trump potrebbe aiutare – e anche incoraggiare – sono quindi quelli iraniani. Da sempre contro l’establishment di Tehran, questi potrebbero infatti essere lo strumento a disposizione per il nuovo Presidente da utilizzare per infastidire l’Iran in maniera indiretta. La strategia potrebbe comprendere il coinvolgimento di Gerusalemme che nel passato ha già svolto questo ruolo.

Ed è proprio Israele lo stato mediorientale che potrebbe beneficiare più direttamente dell’elezione del nuovo inquilino alla Casa Bianca. Trump è stato chiaro riguardo il suo appoggio a Netanyahu e alla causa israeliana. Non è un caso che lo stesso Bibi abbia definito Trump “un vero amico di Israele” e che Naftali Bennett, segretario del partito sionista ortodosso Habayit Hayehudi, ha dichiarato che la vittoria del magnate è “una grandissima opportunità per Israele” per annunciare l’abbandono dell’idea dei due stati. Il segretario ha poi sottolineato che “l’era dello stato palestinese è finita.”

Diritti umani e società civile

In generale, ciò di cui si potrebbe quasi essere certi è che Washington smetterà di ergersi a baluardo delle società civili e dei diritti umani nel mondo, tanto a parole quanto a fatti. Sarebbe impossibile difatti conciliare questi due elementi con gli obiettivi, le idee, i modi, le parole e la personalità del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Il cambiamento di stile non è certamente tra i primi avvenuti nella storia degli Stati Uniti, ma potrebbe certamente essere uno dei più evidenti. Lo stesso Bush Jr, che non è mai stato da questo punto di vista un Jimmy Carter, declinò a suo modo – il modo dei neocons – l’ “eccezionalismo” americano nel quale Trump non crede. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti non sembra infatti condividere né l’idea neo-conservatrice che vuole il proprio Paese come nazione superiore alle altre, né l’idea più “Lincolniana” che vuole gli USA come protettori nel mondo del “government of the people, by the people, for the people.” La rottura creatasi con l’elezione del 9 Novembre, giorno della caduta del muro di Berlino, potrebbe dunque non essere solo su diritti umani e società civile ma anche sulla stessa idea di sostenere e promuovere la democrazia fuori dai propri confini nazionali.

Trump infine è un businessman e showman. È figlio della stessa cultura che ha già governato in altri Paesi del mondo, Italia in primis. “I soldi parlano.” E se per farli parlare bisognerà baciare le mani insanguinate di qualche dittatore, non è detto che il nuovo Presidente degli Stati Uniti se ne tirerà indietro.