“Le panchine dell’amicizia”, salute in Zimbabwe, un nuovo spunto di riflessione sui diritti umani

Language: Italian
Author: Federica Russo (discover more)

“le panchine dell’amicizia”, Zimbabwe

Quanta attenzione diamo alla salute fisica? Quanta alla salute psicologica? Spesso la seconda viene sottovalutata rispetto ad altri disagi che vengono generalmente valutati più seriamente, come le malattie fisiche o i problemi economici. Come se la salute psicologica sia qualcosa di opzionale, di cui ci si può occupare solo dopo aver risolto tutto il resto.

Eppure secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la percentuale di popolazione che soffre disturbi mentali è alta. Circa una persona su quattro ne è colpita. Alcuni di questi disturbi come la depressione, se non trattati possono portare a conseguenze drammatiche. Secondo le statistiche della OMS, ogni anno avvengono circa 800.000 suicidi, molti dei quali concentrati nelle fasce più giovani, tra i 15 e i 29 anni . Un problema tutt’altro che secondario. L’Organizzazione Mondiale della Sanità alla fine del 2016 ha lanciato una campagna annuale contro la depressione, Parliamo di Depressione, che ha avuto una importante risposta da parte di tutti i Paesi. Sono state registrate, infatti, più di 300 iniziative legate alla campagna in almeno 76 Paesi.

Il diritto alla salute è stato riconosciuto ormai da tempo come diritto umano. Proprio nel preambolo della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1946) si afferma che la salute è «uno stato complessivo di benessere fisico, mentale e sociale, e non la mera assenza di malattie o infermità» e che «il godimento delle migliori condizioni di salute fisica e mentale è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, senza distinzione di razza, religione, opinione politica, condizione economica o sociale» .

La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966 definiscono il diritto alla salute come diritto umano, rispettivamente agli articoli 25 e 12. Il problema è che la condizione economica dei Paesi crea distinzioni di fatto nel godimento di tali diritti. Per cui in alcuni Paesi la possibilità di accesso a percorsi di psicoterapia è più facile rispetto ad altre zone del Mondo, dove la povertà e la carenza di psicoterapeuti non sono a favore dei diritti umani.

Prendiamo ad esempio la regione dello Zimbabwe. Il Paese supera i 16 milioni di abitanti. Una persona su quattro soffre di un disturbo mentale comune, che può essere definito come depressione e ansia. Nella lingua locale, la shona, viene descritto con tre termini: kufungisisa, “pensare troppo”; kusuwisisa, “profonda tristezza”; moyo uwornadza, “cuore sofferente”. Eppure si attestano solo 11 psichiatri, 20 cliniche psicologiche e 9 istituti di salute mentale, di cui solo 2 hanno uno psichiatra. Questo significa che il Paese può offrire meno di uno psichiatra per ogni milione di abitanti. Più del 70% di tale popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Il tasso di suicidi è particolarmente alto, attestandosi nel 2014 al 1.79% delle cause di morte, facendo guadagnare al Paese il 20esimo posto al mondo per suicidi.

Mater artium necessitas”, tale massima latina, diffusasi nella sua traduzione non letterale come proverbio italiano “La necessità aguzza l’ingegno”, sembra che vada a pennello per la storia che stiamo raccontando. Infatti dalla necessità di trovare una soluzione alla drammatica situazione nel Paese, è nato il progetto The Friendship Bench (“Le panchine dell’amicizia”). Dixon Chibanda, psichiatra dello Zimbabwe e fondatore del progetto, decise di utilizzare la comunità delle nonne per fornire un’assistenza psicologica primaria in grado di coprire geograficamente quante più zone del Paese possibili.

«Improvvisamente mi venne in mente che una delle risorse maggiormente affidabili che abbiamo in Africa sono le nonne. Si, le nonne. E ho pensato, le nonne sono in ogni comunità. Ce ne sono centinaia. […] Così ho pensato, perché non formare le nonne sulla talk therapy, che possono fare sulle panchine? Fornire loro capacità di ascoltare, mostrare empatia, tutto ciò che è radicato nella terapia comportamentale e cognitiva; fornire loro le capacità nell’attivazione di comportamenti, nelle attività di pianificazione, e dare loro supporto attraverso la tecnologia digitale»(1).

Il primo gruppo di nonne fu formato nel 2006. Oggi le “nonne” lavorano in più di 70 comunità. La terapia sembra avere grande successo, infatti si può apprezzare un miglioramento sensibile dei sintomi trattati dopo 6 mesi dall’inizio della terapia. È chiaro però che ha dei limiti, oltre i quali vi è la necessità di supporto medico specializzato. L’esperimento delle panchine dell’amicizia ha destato molto interesse in ambito nazionale e internazionale. Se questa esperienza deve essere presa ad esempio, poiché fornisce il metro dell’importanza del supporto psicologico, è necessario che sia anche spunto di riflessione per una rivalutazione delle priorità nella nostra società. La salute psicologica, come anticipato, è considerata un diritto umano. In quanto tale è dovere di tutti i Paesi singolarmente, ma anche della società internazionale nel suo complesso, fare in modo che abbia la giusta attenzione, il giusto spazio e le giuste risorse.

 

(1) Dixon Chibanda at TEDWomen 2017: “Why I train grandmothers to treat depression”