Firewall: se vogliamo alzare muri, alziamo quelli che proteggono i diritti umani.

Language: Italian
Author: Federica Russo (discover more)

Un immigrato irregolare, senza neanche l’ombra di un permesso di soggiorno, entra in una stazione di polizia, si siede, parla con un poliziotto e, dopo aver discusso a lungo, esce dalla stazione di polizia e va via. L’inizio di una barzelletta? Così potrebbe sembrare in alcuni Paesi, dove l’immaginazione collettiva non concepisce un migrante irregolare in una stazione di polizia senza manette.  Invece così non è in quei Paesi che prediligono il diritto di denunciare un crimine alla necessità di controllare l’immigrazione clandestina. Ad Amsterdam, ad esempio, è stata lanciata l’iniziativa “free in, free out”. Avvisi informativi sparsi per la città recitavano:

«Segnalare un crimine senza preoccupazioni
Sono una vittima o testimone di un crimine e vorrei poterlo segnalare. Sono uno straniero illegale (leggi irregolare: nessuno è illegale ) e quindi non posso essere identificato. Ho il diritto di essere protetto dalla polizia. Posso lasciare la stazione di polizia in qualunque momento senza essere arrestato. Posso essere arrestato solo se sono sospettato di aver commesso un atto criminale o essere stato condannato per un crimine.»

Indipendentemente da cosa pensiamo rispetto al dibattito odierno sull’immigrazione, infatti, tutti dovrebbero essere d’accordo e uniti su un principio: i diritti umani non possono essere negati. Tra questi diritti c’è anche quello di entrare in una stazione di polizia, denunciare un crimine (di cui si è vittima o testimone) e uscirne senza manette. Eppure, è di un anno fa la notizia di una ragazza, in Inghilterra, vittima di rapimento e stupro, che dopo essere stata portata al centro per aggressioni sessuali è stata arrestata e sottoposta ad interrogatorio sul suo status di immigrata . Un episodio del genere fa sorgere molte domande su quante vittime di violenze abbiano rinunciato ad andare alla polizia per paura di essere arrestate. Vittime, così, due volte: prima del loro assalitore e poi della società.

Per questo motivo nel dibattito legislativo internazionale si è diffuso un termine: “Firewall”, che indica un muro tagliafuoco, una parete protettiva. Con questo termine si indicano tutte quelle misure, come quella adottata ad Amsterdam ad esempio, che vietano la comunicazione all’ufficio immigrazione dei dati della persona che accede a dei servizi fondamentali. Si garantisce così l’effettivo rispetto dei diritti umani anche degli immigrati irregolarmente presenti in un Paese, cioè quei diritti di cui tutti siamo titolari per il solo fatto di essere umani; una cosa che è indipendente dal nostro status civile e che nessuna legge può (o meglio dovrebbe) cancellare.

In Italia una misura di Firewall è ad esempio presente nell’art.35, comma 5 del D.Lgs. 286/98 che impone il divieto di segnalare alle autorità lo straniero irregolarmente presente nel territorio dello Stato che chiede accesso alle prestazioni sanitarie, salvo che la segnalazione non sia imposta ai sensi dell’art. 365 codice penale. Una misura volta a garantire a tutti il rispetto del diritto alla salute, con la possibilità di accedere alle cure mediche necessarie senza paura di essere denunciati alle autorità.
È questa la misura che un medico trentino ha ignorato quando, il 3 ottobre scorso, ha rifiutato le cure a un immigrato clandestino denunciandolo poi alle autorità. Il medico ha ricevuto la solidarietà del ministro Salvini, nonostante abbia agito in violazione di una legge italiana e anche in violazione delle norme internazionali che garantiscono a tutti il diritto alla salute, e per questo sia stato sottoposto a procedura disciplinare dall’ordine dei medici.

Il ministro Salvini si è così espresso sul web:
«Solidarietà al medico di Trento che ha segnalato ai carabinieri un immigrato marocchino irregolare.
Abbiamo il dovere di garantire cure mediche a tutti, ma non possiamo dimenticare l’esigenza di contrastare l’immigrazione clandestina.»

È proprio nella direzione opposta che va invece la Commissione Europea contro Razzismo e Intolleranza che ha invece raccomandato agli Stati di garantire prima, e sempre, il rispetto dei diritti umani.
Nella sua general policy recommendationn.16 , la Commissione ha raccomandato a tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa di rispettare gli obblighi internazionali estendendo i “Firewalls”. Se infatti non necessariamente c’è una formale negazione di tale diritti, la mancanza di adeguate misure di protezione (i Firewalls appunto) fa sì che in pratica gli immigrati irregolari non possano accedervi per paura (spesso più che fondata) di essere arrestati.

La mancanza di “Firewalls” che garantiscano il diritto al lavoro, espone gli immigrati a vari tipi di abusi. Ad esempio, in Belgio, è stata testimoniata la pratica da parte di alcuni datori di lavoro di assumere, in nero, immigrati irregolari e di chiamare anonimamente l’ufficio immigrazione, al momento della paga, per denunciarli.

L’idea di creare muri non è mai stata più discussa e attuale, ma,  invece di muri per respingere i migranti, c’è bisogno di muri per difendere i loro diritti. Se vogliamo creare un muro facciamolo; ma che sia un Firewall, per difendere i diritti umani.